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Marchi europei e internazionali: perché tutelare l’IP all’estero

Marchi europei e internazionali: perché tutelare l’IP all’estero

In fase di registrazione di un marchio è bene chiarire con attenzione diversi elementi. In particolare, è necessario definire con estrema precisione quale sia l’espressione o il logo oggetto di registrazione, le categorie merceologiche (di prodotti o servizi) per la quali si chiede tutela e soprattutto gli Stati nei quali verrà effettuato il deposito. Non è un caso: quando un’impresa si affaccia sul mercato internazionale e inizia a esportare i propri prodotti o servizi in territorio diversi dall’Italia, deve necessariamente provvedere alla tutela dei suoi segni distintivi in tali mercati.

La territorialità del marchio

I diritti di proprietà intellettuale rispondono al cosiddetto principio di territorialità: il diritto di marchio e la sua tutela sono delimitati entro il territorio dello Stato in cui il marchio è stato registrato. Ciò significa che, in linea generale, negli Stati ove non si è effettuata una registrazione, chiunque può usare il marchio senza che ciò possa essere vietato.

È chiaro come una simile evenienza sia estremamente pericolosa per il titolare di un marchio, che si trova esposto al rischio di un utilizzo dei propri marchi oltre confine da soggetti terzi, senza avere alcun controllo. La strategia di internazionalizzazione è quindi essenziale per la tutela del proprio marchio oltre i confini nazionali.

Le tipologie di marchio registrato

A seconda dell’estensione territoriale, esistono diverse tipologie di marchi registrati:

1. Marchio nazionale

Registrato, per quanto riguarda l’Italia, presso l’UIBM (Ufficio Italiano Brevetti e Marchi) e con riferimento ad altri Paesi, presso i relativi uffici di proprietà intellettuale. Il marchio nazionale ha validità e riceve tutela per il solo territorio italiano nel quale è stato depositato e registrato. Il costo del deposito di un marchio nazionale è variabile a seconda del paese di interesse (Francia, Germania, ecc…).

2. Marchio europeo

Registrato presso l’EUIPO (European Union Intellectual Property Office) con validità e tutela nel territorio dell’Unione Europea. Il regolamento (UE) 2017/1001 è entrato in vigore il 1° ottobre 2017 e ha sostituito il regolamento comunitario n. 207/2009: esso consente di ottenere il deposito e la registrazione di un marchio unico che ha efficacia in tutto il territorio europeo, evitando la frammentazione tra Stati. Il vantaggio della registrazione di un marchio europeo è quindi straordinario, tenendo anche conto che il costo della sua registrazione è decisamente inferiore alla somma delle tasse delle singole registrazioni nei 28 Stati dell’Unione Europea. Il marchio europeo ha una durata di 10 anni dalla data di deposito ed è rinnovabile senza limiti temporali.

3. Marchio internazionale

Non esiste purtroppo un marchio “mondiale”, inteso come un titolo unico che conferisca protezione in tutti gli Stati del mondo: ciò è dovuto al fatto che molti di essi non hanno mai acconsentito ad una limitazione della propria sovranità per aderire ad accordi internazionali. Esiste però una procedura gestita dal WIPO (World Intellectual Property Organization, con sede a Ginevra) che consente, mediante un’unica domanda internazionale, di depositare un marchio in numerosissimi Paesi aderenti al cosiddetto sistema di Madrid. La presentazione della domanda di registrazione di marchio internazionale va effettuata presso l’ufficio nazionale del paese in cui è stato depositato o registrato il proprio marchio nazionale (Italia, o presso l’EUIPO se la prima domanda è relativa a un marchio europeo). Tali uffici provvederanno ad inoltrare la domanda al WIPO. In sede di domanda di marchio internazionale occorre designare gli Stati membri nei quali si intende ottenere la protezione e la registrazione del marchio internazionale. In poche parole, quindi, tramite la registrazione del marchio internazionale si possono ottenere singoli depositi nazionali per tanti Stati nel mondo quanti ne sono stati designati dal titolare del marchio, attraverso una procedura più semplice e meno costosa rispetto a depositi svincolati dal predetto procedimento.

Quanto costa registrare un marchio a livello internazionale? Dipende! Dipende da quanti sono gli Stati che il titolare del marchio intende designare per la registrazione: ogni Stato richiede la propria tassa di registrazione. Il rinnovo del marchio internazionale avviene mediante la medesima procedura semplificata che si segue per la registrazione e a costi sostanzialmente analoghi.

La strategia di internazionalizzazione

Ovviamente la scelta degli Stati presso i quali depositare e registrare il proprio marchio deve essere frutto di una strategia concordata con il proprio consulente marchi. È chiaro che non sempre può essere conveniente investire ingenti risorse in una registrazione internazionale quando non si è sicuri del successo di un prodotto o di un servizio sui mercati esteri.

Occorre trovare un giusto equilibrio tra gli investimenti e l’ampiezza di tutela. In questo senso, la normativa viene quindi incontro alle aziende che vogliono internazionalizzarsi con l’istituto della priorità: quest’ultima concede il diritto ad un soggetto di depositare il marchio in un singolo Stato (o come marchio europeo) con la possibilità di estensione, entro 6 mesi, ad altri Stati a scelta o addirittura di estensione come marchio internazionale, vantando anche per i nuovi depositi efficacia dalla data di deposito del primo marchio.

In questo modo viene concesso un termine di 6 mesi all’interessato per pianificare una strategia di estensione della propria registrazione ad altri paesi, beneficiando della retrodatazione dei successivi depositi. Non occorre quindi decidere tutto subito: poniamo che un’azienda italiana attiva nel settore della moda intenda lanciare sul mercato una nuova linea di abbigliamento. Essa potrà limitarsi a depositare il marchio in Italia attendendo sei mesi per l’estensione in altri paesi. La priorità di deposito consente di riservarsi un periodo di tempo per verificare il successo di un prodotto ed eventualmente estendere il deposito ad altri Stati.

Investire nell’internazionalizzazione

Ma è bene fare attenzione: solo un un consulente esperto è in grado di accompagnare un’azienda nell’internazionalizzazione del proprio brand attraverso un percorso graduale di espansione che tenga conto di un equilibrio tra esigenze di tutela internazionale e contenimento dei costi.

 

Articolo di: Gabriele Borasi

Pubblicazione effettuata in collaborazione con Jacobacci & Partners.

Per ogni informazione è possibile contattare: 

Simone Gallo
Trademark Attorney
sgallo@jacobacci.com

Valerio Verdecchia
European Patent Attorney
vverdecchia@jacobacci.com

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Crolla il consumo del pane

Crolla il consumo del pane

Mai così poco pane sulle tavole degli italiani. Il suo consumo medio è crollato al minimo storico di 80 grammi a testa al giorno, il 33% in meno in poco più di un decennio.

È quanto emerge da una analisi della Coldiretti, secondo la quale il calo degli acquisti di pane ha avuto una accelerazione negli ultimi anni: ancora nel 2010 il consumo quotidiano medio era di 120 grammi a testa, a fronte dei 180 grammi nel 2000, i 197 nel 1990 e i 230 nel 1980.

Valori, fra l’altro, molto lontani da quelli dell’Unità d’Italia, nel 1861, quando ogni persona mangiava mediamente ben 1,1 chili di pane al giorno.

Con il taglio dei consumi – sottolinea la Coldiretti – si è verificata una svolta anche nelle abitudini a tavola.

Sale l’interesse per il pane biologico e, con l’aumento dei disturbi dell’alimentazione, sono nati nuovi prodotti senza glutine e a base di cereali alternativi al frumento.

Sempre più apprezzate, infatti, sono le varianti salutistiche e ad alto valore nutrizionale: a lunga lievitazione, senza grassi, con poco sale, integrale, a km 0.  E ci sono anche 8,5 milioni di italiani che preparano il pane in casa, magari utilizzando farine di cereali antichi.

Il pane artigianale, che rappresenta l’84% del mercato (la spesa familiare in Italia per il solo pane ammonta a 6,7 miliardi all’anno) continua a essere preferito, anche se il suo consumo è in costante calo.

E il calo dei consumi mette in pericolo la sopravvivenza dei pani della tradizione popolare italiana, tra i quali ben sei sono stati addirittura riconosciuti dall’Unione Europea. Si tratta della Coppia ferrarese (Igp, Emilia Romagna), Pagnotta del Dittaino (Dop, Sicilia), Pane casareccio di Genzano (Igp, Lazio), Pane di Altamura (Dop Puglia), Pane di Matera (Igp, Basilicata) e Pane Toscano (Dop, Toscana).

Sono comunque centinaia le specialità tradizionali censite dalle diverse regioni.

Si va dal “Pane cafone” della Campania alla Biga servolana del Friuli-Venezia Giulia, formata da due pezzi di pasta uniti insieme in modo da formare un panino a forma di sferette unite; dal pane di Triora, il paese delle streghe in Liguria, che viene cotto per circa un’ora su delle tavole di legno cosparse di crusca, al pane di Chiaserna delle Marche, dal sapore leggermente acidulo.

In Lombardia, accanto alla classica michetta milanese, c’è pure il pane alla zucca di Cremona, impastato con una purea di zucca cotta al vapore; mentre dalla Val D’Aosta arriva il “Pan ner”, ottenuto da un mix di segale e frumento e dal Piemonte la “Lingua di Suocera”, nel cui nome è sin troppo evidente il riferimento alla lunghezza della lingua delle suocere.

Dall’Abruzzo viene il pane di grano Bolero, una varietà particolarmente resistente al freddo delle montagne e di alta quota è anche la Puccia pusterese del Trentino-Alto Adige, fatta con pasta madre arricchita da cumino, finocchio e trigonella.

Un simbolo della Sardegna, accanto al noto Carasau, è il pane Pintau, decorato con simboli ancestrali, che ne fanno una vera e propria opera d’arte. E affonda le sue radici nell’antichità anche il pane Rublanum della Calabria. Dal Veneto arriva il pane Bovolo, dalla particolare forma di chiocciola e dal Molise il pane di pregiato grano Senatore Cappelli.

L’aumento dei prezzi e una più diffusa sensibilità ambientale ha portato molti a cercare di ridurre gli sprechi, riutilizzando il pane avanzato per la creazione di ricette prese dalla tradizione contadina: dalla panzanella ai canederli, dal pancotto agli gnocchi di pane.

Pagnotte e panini restano però al terzo posto della classifica dei cibi più gettati nella spazzatura, nonostante che nel 2022 sia diminuita dal 21 al 16% la quota di famiglie che dichiarano di buttarlo.

 

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Finché la banca va

Finché la banca va

“Si riduce la propensione a investire, ma il mio e gli altri istituti continuano a sostenere le imprese”

Con il solito ottimismo che lo contraddistingue, Camillo Venesio, il nostro Amministratore Delegato e direttore Generale, intervistato da Nord Ovest Economia La Stampa – XIX Secolo, in merito alla situazione del Piemonte e della nostra città rassicura “Tornerà il sereno, ma perché questo avvenga l’economia piemontese dovrà rimboccarsi le maniche, non potrà semplicemente aspettare aiuti da fuori”.

 

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Le donne puntano sulla cultura

Le donne puntano sulla cultura

Più donne e giovani puntano sulla cultura per fare business, che in Italia cresce grazie soprattutto all’architettura e design (mentre l’editoria e la stampa perdono colpi).

Come mostra una recente analisi di Unioncamere e Centro studi Tagliacarne sul totale delle imprese culturali esistenti in Italia (oltre 275mila), una su quattro (il 24,5%) è una impresa femminile e una su 10 (10,2%) è guidata da giovani con meno di 35 anni di età.

In entrambi i casi il “peso” percentuale di donne e giovani è maggiore rispetto al totale delle aziende italiane, in cui le imprese femminili sono il 22,2% e quelle giovanili l’8,7%. Hanno invece un’incidenza minore, ma comunque non trascurabile, le imprese condotte da stranieri, che costituiscono il 5,6% del totale delle imprese culturali e creative (a fronte del 10,8% complessivo).

Buono il ritmo di crescita delle imprese culturali nel 2022: +1,85% rispetto al 2021. Buono soprattutto quello delle imprese giovanili: +2,84% con quasi 600 imprese in più. Cresce anche la partecipazione degli stranieri (+2,04%) mentre inferiore alla media è l’aumento delle imprese femminili (+1,19%).

Ma in quali ambiti sta crescendo l’industria culturale italiana?

Considerando il totale delle aziende del settore culturale censite a fine 2022, quelle di architettura e design e le attività di valorizzazione del patrimonio storico e artistico hanno consolidato la dinamica di crescita facendo registrare gli incrementi più significativi (rispettivamente +5,8% e +4,3% rispetto al 2021); aumentano anche i comparti videogiochi e software (+2,5%) e comunicazione (+2%).

Minore è la crescita delle performing arts e arti visive (+0,6%), mentre rimane stabile la numerosità delle imprese che operano nel sotto-settore dell’audiovisivo e musica. L’unico comparto ad aver perso smalto è quello dell’editoria che registra un -2,7% nel 2022 rispetto al 2021 (-7,6% rispetto al 2019).

Tra le imprese culturali, comunque, la parte da leone è giocata dall’architettura e dal design (87.836 integrando anche i liberi professionisti, il 31,9% del totale) e dall’editoria e stampa (62.786, il 22,8%). Anche il segmento della comunicazione racchiude un numero non trascurabile di imprese (42.611, il 15,5%).

Il comparto videogiochi e software, invece, conta circa 34mila imprese (il 12,4% del totale), poco più delle performing art e arti visive (circa 31 mila, l’11,2%). Seguono le 15.853 attività dell’audiovisivo e musica (il 5,8%) e, molto ben distanziate, le circa 1.200 imprese che si occupano della gestione del patrimonio storico-artistico, pari allo 0,4% delle imprese culturali italiane.

La maggior parte delle imprese culturali e creative ha sede del Nord-Ovest (il 31,5%) e nel Mezzogiorno (il 25,5%); meno numerose sono, invece, le imprese con sede nelle regioni del Centro (il 23,2%) e in quelle del Nord-Est (il 19,8%).

Di fatto, oltre un terzo delle imprese culturali e creative si trova all’interno della Lombardia (dove è localizzato il 21,3% delle imprese totali) e del Lazio (il 12,4% del totale). Questa concentrazione è chiaramente legata alla presenza di grandi agglomerati urbani come Milano e Roma, con le loro numerose attività legate ai servizi avanzati, al patrimonio storico e artistico, agli spettacoli culturali, al turismo.

Discorso analogo vale anche per regioni come il Veneto (che segue in terza posizione con l’8,4% delle imprese totali), la Campania (l’8,0%), l’Emilia-Romagna (il 7,6%) e il Piemonte (7,5%) che “sfruttano” il richiamo della cultura e dell’arte esercitato da città come Venezia, Napoli, Bologna e Torino.

È quindi vero che le grandi città fungono da attrattori per le imprese culturali e creative? 

All’interno dei comuni con più di 500mila abitanti si registrano 7,2 imprese culturali ogni 100 imprese registrate; tale incidenza risulta essere pari a 7,3 nei comuni con un numero di abitanti compreso tra i 250-499 mila e a 5,6 all’interno dei comuni con un numero di abitanti compresi tra 100-299 mila.

Ma quando le città di medie dimensioni diventano il centro delle produzioni del Made in Italy, la concentrazione di attività culturali e creative diventa consistente. L’incidenza delle attività culturali nelle città con un numero di abitanti compreso tra 20-60 mila abitanti è del 4,3%, nei comuni con un numero di abitanti compreso tra 60-100,000 è del 4,8%.

L’incidenza delle imprese culturali diminuisce gradualmente al ridursi della dimensione dei comuni e raggiunge un peso pari all’1,9% nel caso dei comuni con meno di mille abitanti (dove predominano le attività di architettura e design e quelle legate alla gestione del patrimonio storico artistico) e 2,7% nel caso dei comuni con un numero di abitanti compreso tra i mille e 5mila.

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Una regione sportiva

Una regione sportiva

Il Piemonte può vantare una tradizione sportiva che ha radici antiche. Dalla fondazione del Club Alpino (1865) e del primo sci club d’Italia (1906), alla gara di ciclismo più antica del mondo (la Milano-Torino, nel 1876), per arrivare, in epoche più recenti, all’organizzazione dei Mondiali di Sci (1997), ai XX Giochi Olimpici Invernali (2006) e, infine, alle attuali Atp Finals. 

Una tradizione che si specchia anche nel lavoro delle numerose associazioni sportive e delle migliaia di praticanti e appassionati in tutte le discipline.

“In questa tradizione, dunque, va letto il conferimento al Piemonte del titolo di “Regione Europea dello Sport” avvenuto nel 2022, dopo la conclusione del processo di candidatura avviato a fine del 2021” spiega Ires Piemonte, che ha dedicato un suo rapporto proprio al Piemonte sportivo.

Ires Piemonte ricorda che con deliberazione della Giunta regionale del 13 maggio 2022 è stato stilato il programma “Piemonte Regione Europea dello Sport 2022”, in cui sono stati individuati e calendarizzati gli eventi sportivi e approvati i criteri per la definizione del relativo sostegno economico e le corrette modalità di erogazione del contributo.

Gli obiettivi dell’iniziativa “Piemonte Regione Europea delle Sport” sono molteplici e vanno nella direzione di rafforzarne l’immagine di territorio a forte vocazione sportiva in collaborazione con tutte le organizzazioni private e pubbliche coinvolte e, inoltre, rafforzare la visibilità internazionale del territorio piemontese, anche in una prospettiva turistica per i visitatori interessati a praticare attività sportive e/o assistere a eventi collegati e, non meno importante, di stimolare e rafforzare la pratica sportiva nei residenti.

Gli eventi sportivi hanno un impatto significativo su vari aspetti della società.

“A livello economico – scrive Ires Piemonte – possono generare entrate significative attraverso la vendita di biglietti, il merchandising e le sponsorizzazioni, oltre al flusso di turisti che, oltre ai tifosi, include gli atleti e i team che li assistono e arrivano da altri Paesi, creando opportunità di lavoro e di investimento per la città o la regione ospitante”.

A livello culturale, possono creare un senso di appartenenza e promuovere la diversità e l’inclusione, attraverso la celebrazione di diverse culture e tradizioni.

Inoltre, possono anche promuovere uno stile di vita attivo e la salute fisica e mentale, non solo per i partecipanti ma anche per gli spettatori.

“È universalmente riconosciuta l’importanza di praticare sport, di qualunque tipo e a qualsiasi livello, un’importanza che si traduce in indubbi benefici da molteplici punti di vista, tra cui tre particolarmente rilevanti: quello sociale, quello sanitario e quello economico” sottolinea Ires Piemonte.

Che aggiunge: praticare sport ha un fondamentale ruolo aggregativo, educativo e formativo per i giovani, ma anche per altre fasce della popolazione, in particolare quelle più deboli e a rischio di emarginazione, favorendo l’integrazione e la coesione sociale; fare attività fisica può aumentare la sicurezza in sé stessi e l’autostima, soprattutto quando si raggiungono obiettivi sportivi.

In generale, l’attività fisica è un fattore importante per il benessere fisico e mentale, e il raggiungimento di un livello di attività fisica adeguato dovrebbe essere considerato una priorità nella vita quotidiana.

Gli stili di vita sono considerati il primo fattore determinante per la salute individuale. Si stima, infatti, che la sedentarietà sia il quinto fattore di rischio comportamentale causa di Daly1 (anni di vita persa, per malattia, disabilità o morte prematura) e quarta causa di morte, la seconda per malattie metaboliche come il diabete e la sesta per le malattie cardiovascolari.

“L’incidenza della sedentarietà sulla spesa sanitaria nazionale è notevole, pari al 1,7% nel 2019 e stimata in 3,8 miliardi di euro complessivi fra costi diretti (60%) e indiretti (40%)” si legge nel rapporto di Ires Piemonte, secondo il quale “dal punto di vista economico, invece, il valore aggiunto del settore dello sport in Italia è pari a 24,5 miliardi nel periodo 2012-2019, di cui 4,4 miliardi per le attività sportive, 11 mld per le attività connesse e 9,1 per quelle connesse in senso lato”.

Nel 2019, sempre nel nostro Paese, il turismo sportivo con un valore di 7,6 miliardi ha contribuito allo 0,42% del Pil, mentre il fatturato della sport industry italiana è calcolato in 9,3 miliardi, di cui l’abbigliamento con il 55% è il settore principale, seguito da quello degli articoli sportivi (27%) e dalle calzature (18%).

È evidente, dunque, l’importanza della prativa sportiva, eppure l’Italia è al quarto posto fra i Paesi Ocse per livello di sedentarietà nella popolazione adulta (il 33,7% dichiara di non praticare alcun sport, quota comunque in calo); paradossalmente, però, siamo uno dei primi Paesi al mondo nelle diverse specialità sportive, alle Olimpiadi come nelle altre manifestazioni a livello mondiale.

Negli ultimi venti anni la pratica sportiva è cresciuta in tutte le classi di età, soprattutto fra i bambini fra 3-10 anni (15%) mentre si è triplicata la quota di ultra 74enni sportivi (7,2%) e in particolare delle donne (5,9%).

Nel Nord Ovest si trova il maggior numero di atleti del resto d’Italia (30%) e anche il maggior numero di società sportive.

Ires Piemonte ha contato in regione complessivamente 308.388 atleti (quarto maggior numero in Italia) 4.187 società sportive (5°) e 62.011 operatori sportivi (6°). Le province di Torino e di Cuneo hanno il più alto tasso di praticabilità sportiva, sono infatti prime per praticanti, associazioni e impianti.

 

 

 

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