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BTP ITALIA 5 anni

BTP ITALIA 5 anni

Dal 6 all’8 marzo 2023, salvo chiusura anticipata, con Banca del Piemonte puoi sottoscrivere la nuova emissione di BTP Italia riservata ai risparmiatori individuali. Rendimento indicizzato al tasso di inflazione nazionale e premio fedeltà.

Caratteristiche principali

Il BTP Italia fornisce all’investitore una protezione contro l’aumento del livello dei prezzi italiani, con cedole che offrono un tasso reale annuo minimo garantito pagate semestralmente insieme con la rivalutazione del capitale per l’inflazione del semestre (collegata all’indice ISTAT dei prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati – FOI, al netto dei tabacchi). La cedola minima garantita sarà comunicata venerdì 3 marzo e potrà essere rivista al rialzo, in base alle condizioni di mercato, all’apertura dell’ultimo giorno del periodo di collocamento.
Agli investitori che acquistano il titolo durante la Prima Fase del periodo di collocamento e che lo detengono fino alla scadenza nel 2028, il BTP Italia corrisponderà un premio fedeltà pari all’8 per mille del capitale nominale acquistato non rivalutato.

Zero commissioni di sottoscrizione.

Come sottoscriverlo

Puoi acquistarli online direttamente dal tuo internet banking oppure contattando il tuo Gestore o rivolgendoti alla tua filiale di riferimento per prendere un appuntamento.

 

Per maggiori informazioni consulta il sito del MEF – Ministero dell’Economia e delle Finanze

 

 

Messaggio pubblicitario con finalità promozionali. Tutte le informazioni riportate non costituiscono un’offerta o una sollecitazione ad investire né una raccomandazione di investimento. Maggiori dettagli sull’emissione sono presenti  sul sito del MEF dove è possibile trovare la documentazione ufficiale della predetta emissione.

Record dell’export agroalimentare italiano

Record dell’export agroalimentare italiano

Con l’aumento del 17% fatto registrare nel 2022, l’export agroalimentare italiano ha conseguito il nuovo record annuale di 60,7 miliardi di euro, primato trainato dai prodotti simbolo della Dieta Mediterranea come vino, pasta e ortofrutta fresca, saliti sul podio dei prodotti italiani più venduti all’estero.

È quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero 2022, che evidenziano un balzo a doppia cifra per l’alimentare, nonostante la guerra in Ucraina e le tensioni internazionali sugli scambi mondiali di beni e servizi.

La Germania resta il principale mercato di sbocco dell’alimentare italiano con importazioni di nostri prodotti per un valore complessivo di 9,4 miliardi, precedendo così anche gli Stati Uniti (6,6 miliardi), che hanno superano di misura la Francia, al terzo posto con 6,5 miliardi.

Risultati positivi sono stati conseguiti anche nel Regno Unito, dove, dopo le difficoltà iniziali legate all’uscita dalla Ue, l’export agroalimentare italiano è ammontato a 4,2 miliardi, rivelandosi più forte della Brexit.

Tra i prodotti italiani trionfanti all’estero, il re dell’export si è confermato il vino, con un valore stimato dalla Coldiretti vicino agli 8 miliardi di euro nel 2022, grazie a una crescita delle vendite a due cifre. Al secondo posto si trovano la pasta e gli altri derivati dai cereali, con esportazioni volate oltre i 7 miliardi di euro; mentre al terzo ci sono frutta e verdura fresche, con circa 5,5 miliardi.

Ad aumentare in modo consistente le vendite all’estero, l’anno scorso, sono stati anche l’olio l’extravergine di oliva, formaggi e salumi.

“Le conquiste dell’agroalimentare italiano sui mercati stranieri, però, potrebbero ulteriormente crescere – ha sottolineato la Coldiretti – con una più efficace tutela nei confronti della “agropirateria” internazionale, il cui valore è salito a 120 miliardi, anche sulla spinta della guerra che frena gli scambi commerciali con sanzioni e embarghi, favorisce il protezionismo e moltiplica la diffusione di alimenti taroccati, che non hanno nulla a che fare con il nostro sistema produttivo”.

In testa alla classifica dei prodotti italiani più taroccati, secondo la Coldiretti, si trovano i formaggi, a partire dal Parmigiano Reggiano e dal Grana Padano, le cui copie – dal parmesao brasiliano al reggianito argentino, fino al parmesan diffuso in tuti i continenti – hanno superato, in termini produttivi, gli originali,

Ma ci sono anche le imitazioni di Provolone, Gorgonzola, Pecorino Romano, Asiago o Fontina. Tra i salumi più prestigiosi sono clonati soprattutto il Parma e il San Daniele, oltre che la mortadella Bologna e il cacciatore.

Quanto agli altri prodotti agroalimentari italiani più taroccati all’estero spiccano gli extravergine di oliva, le conserve come il pomodoro San Marzano, oltre che i vini, dal Chianti al Prosecco. In particolare, quest’ultima Dop, al primo posto per valore alla produzione, è anche la più imitata. Ne sono esempi il Meer-secco, il Kressecco, il Semisecco, il Consecco e il Perisecco tedeschi, il Whitesecco austriaco, il Prosecco russo e il Crisecco della Moldova, mentre in Brasile, nella zona del Rio Grande, diversi produttori rivendicano il diritto di continuare a usare la denominazione prosecco, nell’ambito dell’accordo tra Unione Europea e Paesi del Mercosur.

“Una situazione destinata a peggiorare – spiega Coldiretti – se l’Ue dovesse dare il via libera al riconoscimento del Prosek croato”.

A pesare sul futuro internazionale del Made in Italy a tavola sono anche il probabile arrivo delle prime richieste di autorizzazione alla messa in commercio di carne, pesce e latte sintetici, la minaccia delle etichette allarmistiche sul vino e, fra l’altro, il semaforo ingannevole del Nutriscore, che boccia le eccellenze tricolori.

“Si tratta di un sistema di etichettatura fuorviante, discriminatorio e incompleto che – spiega la Coldiretti – finisce paradossalmente per escludere dalla dieta alimenti sani e naturali, da secoli sulle tavole, per favorire prodotti artificiali, di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta. I sistemi allarmistici di etichettatura a semaforo si concentrano esclusivamente su un numero molto limitato di sostanze nutritive (ad esempio zucchero, grassi e sale) e sull’assunzione di energia, senza tenere conto delle porzioni, così escludendo paradossalmente dalla dieta ben l’85% del Made in Italy a denominazione di origine”.

Rallentano gli espatri dei giovani laureati

Rallentano gli espatri dei giovani laureati

Negli ultimi dieci anni i giovani italiani che hanno trasferito all’estero la residenza sono costantemente aumentati, mentre molto meno numerosi sono stati i rientri degli italiani in patria. Lo ha comunicato l’Istat, precisando che del milione e più di residenti espatriati nel decennio 2012-2021, circa un quarto era in possesso della laurea e, in particolare, dei circa 337mila giovani di 25-34 anni espatriati, oltre 120 mila erano laureati.

Nello stesso periodo, i rimpatri di giovani della stessa fascia d’età sono stati circa 94mila, di cui oltre 41mila in possesso di laurea: quindi la differenza tra i rimpatri e gli espatri dei giovani laureati è costantemente negativa e restituisce una perdita complessiva di oltre 79mila giovani laureati nel periodo considerato 

Nel 2021, però, per la prima volta è stata rilevata una battuta d’arresto del flusso dei giovani laureati italiani verso l’estero. Infatti, in quell’anno, l’emigrazione giovanile si è ridotta del 21% e, in misura proporzionale, è calato anche il numero dei laureati espatriati nella stessa fascia di età (14mila), ma non si è ridotta la quota dei laureati sul totale dei giovani espatriati, che è rimasta stabile (45,7% rispetto al 45,6% del 2020).

Comunque, il calo dei giovani espatriati laureati da un lato e, dall’altro, l’aumento dei rimpatri dei giovani laureati (oltre 7mila, +29% sul 2020) ha determinato il saldo migratorio più basso registrato negli ultimi sei anni, che si traduce in una perdita che non supera le 7mila unità.

Il Regno Unito è la meta preferita dai giovani laureati italiani. Gli altri Paesi più attrattivi per loro sono la Germania, la Svizzera e la Francia.

Censendo il fenomeno dell’emigrazione italiana nel suo complesso, l’Istat ha rilevato che nel decennio 2012-2021 l’andamento delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è stato crescente, con un picco nel 2019 (180mila). Però, nell’anno della pandemia il flusso in uscita dal Paese ha rallentato lievemente, a causa delle limitazioni internazionali di contrasto al virus imposte ai trasferimenti e nel 2021, pur in assenza di vincoli agli spostamenti, c’è stato un ulteriore calo delle uscite.

Non solo: la tendenza alla riduzione dei trasferimenti verso l’estero sembra confermata anche dai dati riferiti al periodo gennaio-ottobre 2022, durante il quale si è registrata una contrazione del 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Comunque, nel decennio 2012-2021, gli espatri sono stati più di un milione, mentre i rimpatri poco più di 443mila. I saldi migratori dei cittadini italiani sono sempre negativi e la perdita complessiva di popolazione italiana dovuta ai trasferimenti all’estero risulta pari a 581mila unità.

In particolare, nel 2021, però, gli espatri sono stati circa 94mila, in calo del 22% rispetto all’anno precedente; inoltre, l’aumento dei rimpatri ha contenuto la differenza tra le entrate e uscite restituendo il valore minimo del saldo migratorio registrato negli ultimi dieci anni (-19mila).

L’Europa continua a essere la principale area di destinazione delle emigrazioni dei cittadini italiani (83% degli espatri). Rallentano, ma restano numerose, le partenze degli italiani verso il Regno Unito (23mila, 24% del totale degli espatri), così come quelle verso la Germania (14mila), la Francia (11mila), la Svizzera (9mila) e la Spagna (6mila). Tra i Paesi extra europei, le mete preferite sono gli Stati Uniti (4mila) e l’Australia (2mila).

Nel 2021, oltre la metà degli espatri ha avuto origine nelle regioni nel Nord Italia: in particolare sono partoni dal Nord-Ovest circa 29mila italiani (30,6% degli espatri).

Il tasso nazionale di emigratorietà nel 2021 è stato pari all’1,7‰, testimoniando il calo della propensione a espatriare rispetto all’anno della pandemia, quando era pari a 2,2‰. A livello regionale, i tassi di emigratorietà più elevati si hanno in Trentino-Alto Adige e in Valle d’Aosta, data anche la posizione geografica di confine che facilita gli spostamenti con l’estero (rispettivamente 2,7‰ e 2,5‰).

Seguono Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia e Marche, con tassi leggermente superiori al 2‰. Le regioni con il tasso di emigratorietà per l’estero più basso sono invece Puglia e Lazio (valori pari a circa 1,2‰).

A livello provinciale, i tassi più elevati di emigratorietà si rilevano a Bolzano (3,6‰), Mantova (2,9‰), Trieste (2,7‰) Vicenza, Macerata, Imperia e Como (tutte 2,6‰), Brescia, Biella, Varese, Treviso e Aosta (tutte 2,5‰); quelli più bassi si registrano nelle province di Foggia, Taranto, Barletta-Andria-Trani, Roma e Bari (1,1‰).

Nel 2021 gli italiani espatriati erano soprattutto uomini (55%). L’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 14%.

 

Sempre più italiani a due ruote

Sempre più italiani a due ruote

Sono sempre di più gli italiani che si spostano su due ruote, a pedale o motorizzate e aumenta ancora, anche se in modo modesto, la disponibilità di piste ciclabili, dopo l’impennata del 2020. Inoltre, torna a salire la sharing mobility e il suo utilizzo, con una marcata prevalenza dei monopattini.

È quanto emerge dal settimo rapporto dell’Osservatorio Focus2R, la ricerca promossa da Confindustria Ancma (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori) con Legambiente.

L’indagine fornisce la più completa e aggiornata panoramica delle politiche introdotte dai Comuni capoluogo di provincia italiani dedicate a ciclisti urbani e motociclisti.

Malgrado si confermi ancora profondo il divario tra Nord e Sud nelle misure introdotte, l’ultima rilevazione descrive comunque, tra luci e ombre, una progressiva ascesa dell’attenzione alla mobilità su due ruote nell’agenda politica delle città italiane.

Un incremento che, però, si dimostra ancora non proporzionale all’andamento del mercato di biciclette e motocicli e alla loro presenza in ambito urbano (oltre 1,9 milioni le biciclette vendute nel 2022, quando sono stati immatricolati 291 mila ciclomotori, scooter e moto).

BICICLETTE – Dal rapporto fra l’altro risulta che la disponibilità media di piste ciclabili raggiunge 9,86 metri equivalenti ogni 100 abitanti e, per quanto riguarda i servizi di bike sharing, Milano, Torino, Bologna, Firenze e Padova contano, da sole, il 71% della flotta complessivamente disponibile in tutti i capoluoghi. Nel 2021 il numero complessivo di bici in sharing a stazione fissa è di 12.184 di cui 2.272 a pedalata assistita e 9.912 tradizionali, in aumento rispettivamente del 2,7% e del 7% rispetto al 2020.

Tra le città con il maggior uso di bike sharing troviamo Milano, Brescia, Firenze, Padova, Torino e Bologna, tutte attorno al milione di prelievi annui, tranne Milano che ne registra quattro milioni. Il numero di prelievi totali annui è aumenta del 7% rispetto al 2020.

MOTOCICLI – Con una media di 13,53 motocicli ogni 100 abitanti (erano 12,5 nel 2017), cresce nelle città italiane anche l’utilizzo di ciclomotori, moto e scooter. Ma rimane ancora limitato l’accesso dei motocicli alle corsie riservate ai mezzi pubblici: una possibilità non permessa nell’89% delle città. Rispetto al 2020, inoltre, è diminuito è sceso da otto a tre il numero dei capoluoghi in cui l’accesso è consentito in tutte o nella maggior parte delle corsie (Taranto, Imperia e Venezia); mentre l’ingresso è permesso solo in alcune corsie a Bergamo, Como, Genova, Milano e Reggio Calabria.

Poco confortanti anche i dati che riguardano la sicurezza. Rimane infatti pressoché invariato il numero dei comuni che scelgono di puntare sull’estensione di strade dotate di guardrail con specifiche protezioni a tutela dell’incolumità dei motociclisti in caso di impatto e peggiora anche il dato sul miglioramento della sicurezza negli strumenti di pianificazione comunale, che non è percepito come una priorità per il 39% città interessate dallo studio.

Per quanto riguarda la mobilità condivisa, nel 2021 lo sharing di moto e scooter elettrici risulta disponibile in 14 comuni, sei in più rispetto al 2020 e 11 in più rispetto al 2015.

MONOPATTINI – In forte crescita la diffusione dei servizi di monopattino-sharing, che nel 2021 ha registrato la metà dei noleggi totali fatti in Italia (17,8 milioni) e raddoppiato il numero di noleggi del 2020. Dal rapporto emerge che il 52% dell’intera flotta di mobilità condivisa (car sharing, scooter sharing, bike sharing, monopattino sharing) è rappresentata dai monopattini.

Nel 2021 il 41% delle 98 città che hanno fornito una risposta dichiara di avere un servizio di sharing di monopattini elettrici. Roma registra il maggior numero di veicoli disponibili (14.500), seguita da Milano (5.250) e Reggio Emilia (1.600) veicoli disponibili. Bari con 1.500 veicoli e Pescara con 500 manifestano un alto utilizzo di tali mezzi rispetto alle altre città.

Per quanto riguarda, infine, gli incidenti con lesioni a persone che coinvolgono i monopattini elettrici sono stati denunciati 2.000 incidenti, con 2.107 feriti e 10 morti.

Il presidente di Confindustria Ancma, Paolo Magri, ha commentato: “è evidente che le due ruote sono sempre più una risposta alla nuova domanda di spostamenti che viene dalla città; per questo, chiediamo maggiore attenzione a tutti i livelli e guardiamo con preoccupazione ai tagli degli investimenti su infrastrutturazione ciclabile e sicurezza. Al contempo siamo anche convinti che la discussione sulla mobilità urbana non possa sicuramente tralasciare i motocicli, che rappresentano una soluzione di mobilità individuale fruibile, sostenibile e molto apprezzata dai cittadini”.

 

Pensioni, Piemonte regione virtuosa

Pensioni, Piemonte regione virtuosa

Il Piemonte è tra le regioni virtuose presentando 1,767 milioni di occupati a fronte di 1,736 milioni di pensioni erogate e, perciò, un saldo positivo di 32 mila.

In media nazionale, comunque, si calcolano 267 pensionati ogni 1.000 abitanti; tale valore è più alto per le donne come conseguenza della maggiore speranza di vita

Sono 22,759 milioni le prestazioni del sistema pensionistico italiano vigenti al 31 dicembre 2021, erogate a 16 milioni di titolari, per una spesa di 313 miliardi di euro. Lo ha comunicato l’Inps, precisando che il 90,5% della spesa complessiva (283 miliardi) è destinata alle prestazioni di invalidità, vecchiaia e superstiti (Ivs). In particolare, il 72,6% del totale (227 miliardi) è rivolto al pagamento delle pensioni di vecchiaia e anzianità, il 13,9% alle pensioni ai superstiti (43 miliardi), il 4% a quelle di invalidità (13 miliardi).

Il sistema dei trasferimenti pensionistici impegna ulteriori 25 miliardi per la copertura di 4,4 milioni di prestazioni assistenziali (invalidità civile, accompagnamento, assegni sociali e pensioni di guerra) finanziate dalla fiscalità generale. Alle prestazioni di tipo Ivs e assistenziali si aggiungono 4,1 miliardi erogati a copertura di quasi 700mila rendite dirette e indirette per infortuni sul lavoro e malattie professionali.

Nel 2021 la spesa pensionistica è aumentata di 1,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente e ha rappresentato il 17,6% del Pil (era il 18,5% nel 2020 e il 16,7% nel 2019).

Anche il rapporto tra numero di pensionati e occupati risente dell’effetto della crisi sanitaria: è di 714 beneficiari ogni 1.000 lavoratori (717 nel 2020 e 694 nel 2019). Se si considerano solo i titolari di prestazioni previdenziali, il rapporto tra pensionati che hanno versato i contributi e i lavoratori che li versano scende a 624 ogni 1.000 lavoratori.

Anche se di sole 205 mila unità, a livello nazionale il numero delle pensioni erogate agli italiani ha superato la platea costituita dai lavoratori autonomi e dai dipendenti occupati nelle fabbriche, negli uffici e nei negozi (22,554 milioni addetti). La situazione più “squilibrata” si verifica nel Mezzogiorno e, al Nord, in Liguria, dove si contano 665 mila pensioni erogate a fronte di 595 mila occupati.

Il Piemonte è tra le regioni virtuose presentando 1,767 milioni di occupati a fronte di 1,736 milioni di pensioni erogate e, perciò, un saldo positivo di 32 mila. In particolare, ecco i saldi delle singole province: Torino +30 mila (869 mila pensioni e 899 mila occupati), Alessandria -10 mila (rispettivamente 88 mila pensioni e 172 mila occupati), Asti + mille (88 mila e 89 mila), Biella -14 mila (83 mila e 69 mila), Cuneo +29 mila (232 mila e 261 mila), Novara +9 mila (141 mila e 150 mila), Verbania -mille (64 mila e 63 mila), Vercelli -11 mila (76 mila e 65 mila),

In media nazionale, comunque, si calcolano 267 pensionati ogni 1.000 abitanti; tale valore è più alto per le donne come conseguenza della maggiore speranza di vita.

Complessivamente, il 59,1% delle singole prestazioni pensionistiche è di importo inferiore ai 1.000 euro lordi mensili. Però, considerando che il 32,1% dei pensionati riceve più di una prestazione, il reddito pensionistico complessivo – dato dalla somma degli importi delle singole prestazioni – è comunque inferiore a tale soglia per un terzo dei pensionati (32,8%).

Le donne sono la maggioranza sia tra i titolari di pensioni (55%) sia tra i beneficiari (52%), ma gli uomini percepiscono il 56% dei redditi pensionistici. In media, l’importo di una pensione di una donna è più basso rispetto a quello riservato agli uomini per lo stesso tipo di pensione (11mila contro 17mila euro) e i redditi mediani percepiti dalle donne sono inferiori del 28% rispetto a quelli degli uomini (14.529 contro 20.106 euro).

La disuguaglianza di genere è influenzata principalmente dalla minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro e spesso da carriere discontinue e quindi da storie contributive più brevi e frammentate, caratterizzate anche da un differenziale retributivo generalmente svantaggioso. Infatti, per una pensione di vecchiaia un uomo percepisce 20mila euro lordi annui e una donna solo 11mila. Ciascun beneficiario di pensione percepisce in media 1,4 prestazioni, anche di diverso tipo. Ma, nel complesso, più di due terzi dei pensionati (67,9%) beneficiano di una sola prestazione.

In media, per l’anno 2021, i pensionati da lavoro che percepiscono anche un reddito da lavoro sono 444 mila, il 13,3% in più rispetto al 2020. L’età media dei pensionati che lavorano è progressivamente cresciuta: il 78,6% ha almeno 65 anni e il 45,4% ne ha almeno 70.

L’Inps stima che in quasi una famiglia su due sia presente almeno un pensionato (oltre 11,8 milioni di nuclei). Per le famiglie con almeno un titolare di pensione, i trasferimenti sociali in favore dei pensionati rappresentano, in media, il 64% del reddito familiare netto disponibile; la quota restante è costituita per il 27,8% da redditi da lavoro e per l’8,3% da altri redditi (primariamente affitti e rendite finanziarie).

Per oltre 7,1 milioni di famiglie (il 60% delle famiglie con pensionati) i trasferimenti pensionistici costituiscono più dei tre quarti del reddito familiare disponibile; nel 24,4% dei casi le stesse prestazioni sono l’unica fonte di reddito (quasi 2,9 milioni di famiglie), mentre per il 25,6% delle famiglie il loro peso non supera la metà delle entrate familiari.

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