Sono arrivate le prime castagne italiane, in seguito a un raccolto anticipato grazie a un settembre particolarmente caldo che ha favorito la maturazione. Ed è prevista una produzione nazionale in crescita, superiore ai 35 milioni di chilogrammi, oltre che di qualità.
La stima dell’aumento ha generato molto soddisfazione, dato che, in alcune zone, i castagni hanno rischiato addirittura l’estinzione, perché il cinipide galligeno proveniente dalla Cina da anni infesta i boschi lungo la Penisola provocando nella piante la formazione di galle, cioè ingrossamenti delle gemme di varie forme e dimensioni. Contro questa minaccia, però è stata avviata una capillare guerra biologica, con la diffusione dell’insetto Torymus sinensis, che è un antagonista naturale del nemico cinese del castagno.
Nonostante l’incremento di quest’anno, la produzione nazionale dei frutti di quello che Giovanni Pascoli chiamava “l’italico albero del pane”, simbolo dell’autunno nei libri scolastici di molteplici generazioni, resta lontana dalle quantità del passato: nel 1911 ammontava a 829 milioni di chili e ancora dieci anni fa era pari a 55 milioni di chili. Comunque, una buona ripresa è stata registrata in in Campania, Toscana ed Emilia-Romagna, mentre maggiori problemi sono stati rilevati in Calabria, Lazio e Piemonte, con la raccolta ostacolata dall’ondata di maltempo.
L’abbassamento delle temperature sta favorendo un aumento dei consumi di castagne da parte delle famiglie. Nei mercati all’ingrosso i prezzi vanno da 2,50 a 4,50 euro al chilo, a seconda del calibro; mentre i prezzi al consumo tendono a raddoppiare. E c’è il rischio di acquistare, senza saperlo, castagne straniere provenienti dall’estero, soprattutto da Portogallo, Turchia, Spagna e Grecia. Non per nulla, le importazioni di castagne nel 2019 sono risultate pari a ben 32,8 milioni di chili. Da qui la richiesta di Coldiretti di assicurare più controlli sull’origine delle castagne messe in vendita in Italia. Ancora peggiore è la situazione dei trasformati, per i quali non vi è l’obbligo di etichettatura di origine e per le farine di castagne che non hanno neppure un codice doganale specifico.
E pensare che l’Italia può vantare quindici prodotti a denominazione di origine legati al castagno che hanno ottenuto il riconoscimento europeo, due dei quali sono piemontesi: la Castagna Cuneo Igp e il Marrone della Valle di Susa Igp; cinque si trovano in Toscana e sono il Marrone del Mugello Igp, il Marrone di Caprese Michelangelo Dop, la Castagna del Monte Amiata Igp, la Farina di Neccio della Garfagnana Dop e la Farina di Castagne della Lunigiana Dop. In Campania è riconosciuta la Castagna di Montella Igp, il Marrone di Roccadaspide Igp e il Marrone di Serino/Castagna di Serino Igp; in Emilia-Romagna il Marrone di Castel del Rio Igp, in Veneto il Marrone di San Zeno Dop, i Marroni del Monfenera Igp e i Marroni di Combai Igp; nel Lazio la Castagna di Vallerano Dop A questi si aggiungono due mieli di castagno: il Miele della Lunigiana Dop della Toscana e il Miele delle Dolomiti Bellunesi Dop del Veneto.
E’ un patrimonio nazionale, dunque, quello della castagne, che restano nelle tradizioni alimentari autunnali degli italiani, i quali le gustano in diversi modi: arrosto (dopo averle incise sul lato bombato – suggerisce la Coldiretti – vanno messe in una padella di ferro con il fondo forato e cotte o sul fuoco vivo o in forno per circa 30 minuti; dopo la cottura si consiglia di avvolgerle in un canovaccio umido); lesse (dopo averle lavate accuratamente, cuocerle in abbondante acqua salata per circa 40 minuti); cotte in latte e zucchero; usate per particolari ripieni, nella preparazione di primi piatti o elaborati secondi a base di carne.
Tangram Teatro Torino, grazie al sostegno di Banca del Piemonte e al supporto del Gruppo Rete 7 Piemonte sposta la programmazione sul digitale terrestre e sui canali social.
“Fare teatro” ai tempi del distanziamento fisico, per mantenere vivo il contatto con gli spettatori dal vivo ma contemporaneamente portando il teatro a casa di ciascuno.
6 spettacoli che, dal 6 novembre all’11 dicembre, dal palco della sala di Via Don Orione del Tangram Teatro Torino, andranno contemporaneamente in onda in diretta sul canale 72 VideoNord e sul canale 110 Piemonte + della televisione di casa. Ma anche sulle pagine Facebook di Banca del Piemonte e Tangram Teatro Torino.
Questo particolare progetto sarà presentato con la stessa modalità di trasmissione degli spettacoli, venerdì 30 ottobre alle ore 21.00, in una presentazione-spettacolo che vedrà la partecipazione degli artisti in cartellone: LAURA CURINO – ALESSANDRO PERISSINOTTO – IVANA FERRI – GIGI VENEGONI -BRUNO MARIA FERRARO – PATRIZIA POZZI – SILVIA CARBOTTI – MAX CARLETTI.
Su 94 milioni di persone che ogni anno visitano, complessivamente, i musei italiani, 45 milioni sono coloro che accedono agli immobili privati di interesse storico-culturale aperti al pubblico, immobili che costituiscono una parte del patrimonio museale nazionale di rilevanza pari a quella pubblica.
Si parla delle “dimore storiche”: castelli, ville, palazzi, masserie, rocche, ma anche parchi, giardini, tenute agricole, beni antichi diffusi in tutto il Bel Paese, che attraggono un numero sempre maggiore di visitatori e contribuiscono sempre di più pure all’economia locale, grazie, fra l’altro, all’indotto che generano: dai restauri alle attività commerciali ed enogastronomiche.
In Italia, le dimore storiche sono 9.400, numero superiore a quello di tutti i Comuni della Penisola. Lo ha rilevato l’Osservatorio del patrimonio culturale privato italiano, frutto della collaborazione tra l’Associazione Dimore Storiche Italiane (Asdi) e la Fondazione Visentini, realizzata con la collaborazione di Confagricoltura e Confedilizia. Osservatorio che non solo rappresenta la fonte di riferimento per la corretta definizione del ruolo economico, culturale e sociale del sistema degli immobili privati di interesse storico-artistico in Italia, ma vuole anche divenire un valido supporto per le istituzioni, aiutandole nella definizione delle politiche da adottare per far sì che il patrimonio privato concorra all’effettiva ripartenza tanto del turismo quanto dell’artigianato.
Degli investimenti che si fanno e che si potrebbero fare, infatti, potrebbero beneficiarne soprattutto i territori che ospitano questi beni unici, soprattutto i piccoli borghi: secondo le stime più prudenziali, ogni euro investito nelle dimore storiche determina benefici almeno doppi per l’economia dei luoghi nei quali sorgono. L’indotto si riverserebbe su diverse filiere, creando un volano economico rilevante e, nel lungo termine, quello sviluppo sostenibile locale, che molti indicano come la strada da seguire. Uno sviluppo che avrebbe il valore aggiunto di conservare e valorizzare un patrimonio identitario riconosciuto a livello mondiale.
Il 54% di questi immobili privati di valore storico-culturale si trova in Comuni con meno di 20.000 abitanti e, nel 29% dei casi, addirittura in centri con meno di 5.000 residenti. Comunque, si tratta di un patrimonio che necessita di continui lavori di restauro e di manutenzione. Attività che, negli ultimi cinque anni, hanno sofferto considerevolmente la crisi, come conferma, fra l’altro, la perdita del 30% delle imprese del settore.
L’Osservatorio ha anche stimato in 1,8 miliardi di euro la perdita con seguente alla pandemia Covid-19 per quelle dimore che contano almeno una attività produttiva al loro interno e in 30.000 i relativi posti di lavoro a rischio. Il settore maggiormente sotto pressione è risultato essere quello correlato al vitivinicolo (con perdite di circa un miliardo di euro), seguito da quello degli eventi (meno 278 milioni di euro) e delle visite in dimora (meno 268 milioni di euro). Dati che non comprendono le perdite di tutto l’indotto che queste attività generano localmente.
“È doveroso superare ogni distinzione tra patrimonio culturale pubblico e privato” ha dichiarato Dario Franceschini, ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, in occasione della presentazione dell’Osservatorio, sottolineando che “insieme costituiscono la nostra identità e contribuiscono all’attrattività del Paese”. Ha riconosciuto che lo Stato impone molti obblighi ai proprietari di dimore storiche e vincoli per la loro tutela. Per questo motivo, servono agevolazioni e contributi finalizzati al sostegno degli interventi sulle dimore storiche e per custodirne la vitalità.
Il nostro Amministratore Delegato e Direttore Generale, Camillo Venesio, in una stimolante riflessione su La Stampa invoca una nuova squadra per risollevare la nostra Torino: “Occorre che la nostra città individui una squadra che riesca a coinvolgere la maggioranza delle componenti economiche, culturali, sociali su una visione di ripresa dello sviluppo e dell’occupazione. Una squadra che riesca a soddisfare la richiesta di competenza e concretezza che emerge sempre più da chi ha capito che il disordinato entusiasmo basato su una «insostenibile leggerezza politica, culturale, organizzativa» come ha scritto il direttore Giannini, non è di aiuto a riportare Torino su percorsi di crescita.”
Nell’ultimo decennio, la media annuale degli studenti che decidono di iscriversi all’università in Piemonte è salita da 17mila a oltre 21mila. Tranne l’Emilia-Romagna, nessun’altra regione italiana ha conseguito un risultato altrettanto positivo. Lo rivela il Rapporto 2020 dell’Ires, l’istituto regionale di ricerche economiche e sociali, sottolineando che l’aumento degli iscritti si deve alla capacità degli atenei subalpini sia di trattenere sul territorio la domanda di formazione espressa dagli studenti residenti in Piemonte sia di attrarre studenti residenti in altre regioni, ed in particolare nel Sud (soprattutto Sicilia e Puglia) oltre che residenti all’estero.
Nell’anno accademico 2018/19, base del nuovo Rapporto Ires, il numero degli studenti universitari negli atenei del Piemonte è ulteriormente aumentato, arrivando a toccare i 122mila iscritti, un dato decisamente superiore a quello che caratterizzava la regione dieci anni fa.
In particolare, l’Università di Torino ha contato oltre 76mila iscritti (79.000 quest’anno), il Politecnico oltre 32mila, (35.700 nel 2020), l’Università del Piemonte Orientale (Upo) poco meno di 14mila, mentre sono risultati 431 gli iscritti all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Il gruppo disciplinare con il maggior numero di studenti nel 2018/19 è quello di Ingegneria, con quasi 27mila iscritti (il 22% del totale). Seguono il gruppo economico-statistico, con quasi 15mila iscritti (il 12%), il gruppo politico-sociale con quasi 13mila e quello medico con oltre 10mila.
Su 100 iscritti all’università in Piemonte, le studentesse sono 53 (il dato è lievemente inferiore a quello medio nazionale, a causa della consistente presenza di iscritti nei corsi di ingegneria, gruppo disciplinare a tradizionale prevalenza maschile). Gli studenti con cittadinanza straniera iscritti agli atenei del Piemonte sono risultati oltre 10mila: a Scienze Gastronomiche sono il 29% del totale, al Politecnico il 16%, all’Upo il 7% e all’Università di Torino il 6%. Rumeni, cinesi e albanesi sono i più numerosi.
Nel 2018/19 gli studenti iscritti ai corsi Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica) di tipo accademico in Piemonte sono poco meno di 5.600, di cui 2.650 circa nelle tre accademie di belle arti, oltre 1.300 nei quattro conservatori musicali e 1.600 nei due istituti torinesi focalizzati sul design. Sono oltre 1.200 gli iscritti agli ITS, in continuo aumento.
Nel Rapporto Ires si legge che i laureati rappresentano il 30% della popolazione piemontese della classe di 30-34 anni. Nonostante il dato sia ancora lontano dall’obiettivo europeo del 40%, l’Ires evidenzia i grandi progressi compiuti, ricordando che ancora nel 2004 il dato era del 15% e che il ritardo regionale, come quello italiano, si spiega con la presenza decisamente contenuta di popolazione in possesso di titoli di terzo livello, ovvero dei corsi brevi post diploma (1-2 anni).
Gli atenei del Piemonte risultano molto attrattivi nei confronti di studenti provenienti da fuori regione: in particolare, al Politecnico risultano il 52% degli iscritti e all’Università di Torino il 22%. Arriva dal Sud quasi il 20% dei laureati in Piemonte, il 4% dal Centro, il 5% dall’estero.
I gruppi disciplinari che attraggono più studenti sono Ingegneria, Architettura e il gruppo Psicologico.
Tra le caratteristiche che influenzano la mobilità c’è il background socioculturale della famiglia di origine: ha almeno un genitore laureato il 30% di chi proviene da una regione del Nord, mentre la quota sale al 36% per chi proviene dal Sud, il 48% dal Centro e al 56% per chi proviene dall’estero. Sul totale dei laureati negli atenei piemontesi, il 65% rimane a lavorare in Piemonte dopo la laurea: tra i laureati originari del Piemonte, resta in regione quasi l’80%; tra quanti provengono dal Sud, si ferma quasi il 60% mentre circa il 12% torna a lavorare in Sud Italia e il 20% si trasferisce in un’altra regione del Nord, soprattutto in Lombardia.
Dopo un anno dalla laurea magistrale, lavora il 69%. I tassi di occupazione più elevati si rilevano nel gruppo disciplinare chimico-farmaceutico (89%), scientifico e ingegneria (88%). Le difficoltà maggiori emergono invece tra i laureati nei gruppi letterario, linguistico e politico sociale, soprattutto per i redditi bassi percepiti e l’elevata percentuale di contratti non standard. Tra i laureati a ciclo unico in medicina, dopo cinque anni dalla laurea il 62% è ancora impegnato con la specializzazione. I farmacisti mostrano la percentuale più elevata di contratti a tempo indeterminato. I laureati in Giurisprudenza sono meno soddisfatti dell’efficacia della laurea nel lavoro svolto: il 40% fa l’avvocato, gli altri sono occupati come esperti legali in aziende, periti, addetti alle risorse umane o alla segreteria.