Per offrire servizi sempre più all’avanguardia e una filiale più accogliente, la filiale di Venaria – Corso Garibaldi, 59 – resterà chiusa per lavori di manutenzione da venerdì 6 gennaio fino a lunedì 23 gennaio compreso.
In queste date non sarà possibile, per nessun motivo, accedere ai locali della Banca.
Tutta l’operatività verrà temporaneamente trasferita presso la filiale di Caselle – Via Torino, 106 – dove potrai trovare i servizi e la cortesia di sempre.
La filiale di Venaria, con la sua nuova veste, riprenderà l’attività martedì 24 gennaio alle ore 12.00.
A partire da mercoledì 25 gennaio ti aspettiamo, dal lunedì al venerdì, con i seguenti orari: per operazioni di sportello, dalle 8:45 alle 13:30 e perattività di consulenza, dalle 8:45 alle 13:30 e dalle 14:45 alle 16:00.
Per le attività di consulenza è gradito l’accesso su appuntamento.
Riducono le emissioni, proteggono il suolo, migliorano la qualità dell’aria e la vivibilità dei luoghi. Ecco le funzioni degli alberi, ai quali, giustamente, è dedicata una Giornata nazionale, che annualmente si celebra il 21 novembre.
Fra l’altro, nella lotta al surriscaldamento globale, gli alberi svolgono un ruolo fondamentale, avvalorato da studi scientifici che dimostrano come senza il contributo delle foreste sarà impossibile contenere il riscaldamento globale a 1,5 °C, obiettivo dell’Accordo di Parigi.
In Italia – ricorda Confagricoltura – la superficie boschiva supera gli 11 milioni di ettari e rappresenta il 36,7% del territorio nazionale, con una crescita del 3,7% rispetto al rilevamento del 2005.
Dal 1990 a oggi, tuttavia, circa 1,5 milioni di ettari sono stati persi dall’agricoltura a beneficio di una superficie forestale non gestita, il che significa aumento del pericolo di incendi (nel 2021 l’Italia è stato il Paese europeo più colpito dai roghi boschivi), riduzione della fruibilità del territorio, perdita di valore paesaggistico e aumento dei rischi idrogeologici.
La situazione spinge quindi a una riflessione ampia, che non si limita alla valorizzazione del verde attraverso nuove piantagioni, bensì pone l’evidenza di una gestione oculata di questo patrimonio.
“Dobbiamo lavorare sul riordino fondiario, sull’aggregazione, sulla pianificazione forestale che oggi coinvolge solo il 15% delle superfici e sulla formazione degli operatori che lavorano nel bosco” ha detto il presidente della Federazione nazionale Risorse Boschive di Confagricoltura, Enrico Allasia, aggiungendo che bisogna puntare sulla valorizzazione del bosco non solo in termini di prodotto, ma anche di servizi ecosistemici.
“Una superficie forestale gestita e non lasciata a sé stessa – ha spiegato Allasia – significa legno nelle zone vocate, ma anche turismo ed economia di base per prodotti come funghi e tartufi. Non meno importante è la filiera medicale per le foreste: le persone che hanno bisogno di una riabilitazione psicologica o motoria possono usufruire di questi spazi e questa è un’altra opportunità che i boschi offrono agli imprenditori che vogliono cimentarsi in questo campo”.
Comunque, l’Italia ha festeggiato la Giornata nazionale degli alberi con l’annuncio di 6,6 milioni di nuove piante in arrivo grazie ai fondi del Pnrr per creare corridoi verdi fra città e campagne, mitigare le isole di calore in estate, rafforzare il terreno contro le bombe d’acqua e ripulire l’aria inquinata dallo smog.
La messa a dimora di nuovi alberi è importante – sostiene la Coldiretti – per affrontare il problema della ridotta disponibilità di spazi verdi nelle città, dove si dispone di appena 33,8 metri quadrati di verde urbano per abitante, puntando su un grande piano di riqualificazione urbana di parchi e giardini che migliori la qualità dell’aria e della vita della popolazione dando una spinta all’economia e all’occupazione. La situazione infatti è peggiore nelle metropoli, dove i valori vanno dai 15,2 metri quadrati di Messina ai 17,1 di Roma, dai 17,8 di Milano ai 22,2 di Firenze, dai 42,4 di Venezia ai 9,2 di Bari.
D’altra parte, il verde migliora anche la qualità della vita nelle città considerato che – evidenzia la Coldiretti – una pianta adulta è capace di catturare dall’aria dai 100 ai 250 grammi di polveri sottili mentre un ettaro di piante è in grado di aspirare dall’ambiente ben 20mila chili di anidride carbonica (CO2) all’anno. Senza dimenticare gli effetti di mitigazione sui microclimi metropolitani, visto che la differenza di temperatura estiva delle aree urbane rispetto a quelle rurali raggiunge spesso valori superiori a 2°C nelle città più grandi.
In Piemonte, la superficie boschiva supera il milione di ettari. Negli ultimi 60 anni le superfici boscate del territorio subalpino sono aumentate dell’80%, arrivando a occupare il 37% del territorio regionale, con un miliardo di alberi, 52 specie arboree e 40 specie arbustive.
“Si tratta di un patrimonio di biodiversità eccezionale che oltre a produrre legno valorizza il paesaggio e l’ambiente, contribuendo in modo determinante al sequestro dell’anidride carbonica e purificando l’aria”ha detto Enrico Allasia, presidente anche di Confagricoltura Piemonte. Che ha aggiunto: “Se consideriamo che un cittadino consuma mediamente 167 kg all’anno di CO2e che in Piemonte abitano circa 4,4 milioni di persone significa che, all’anno, dovremmo piantare 150 milioni di alberi per compensare l’emissione di CO2 dei singoli cittadini”.
“La tensione degli italiani verso il risparmio e l’effettiva capacità di risparmiare sono evidenti, sebbene siano in crescita le famiglie con un saldo negativo: una su cinque ha fatto ricorso a prestiti o ai risparmi accumulati”. Lo si legge nell’indagine 2022 Acri-Ipsos, dove viene precisato che “il concetto di risparmio porta con sé una forte accezione positiva (78%): parlare di risparmio significa, per molti italiani, parlare di tranquillità (38%), tutela (19%), saggezza (16%) e crescita (11%); risparmiare implica anche una proiezione al futuro per un italiano su tre e implica dei sacrifici (25% contro il 23% nel 2021)”.
Comunque, aumentano coloro che non vivono tranquilli se non mettendo da parte dei risparmi (37% contro il 33% nel 2021), a fronte di un ridimensionamento di chi affronta il risparmio senza troppe rinunce (49% contro il 53% nel 2021).
Questo desiderio di cercare nel risparmio una fonte di rassicurazione si scontrerà, però, con l’effettiva capacità di assolvere a questo compito nei prossimi 12 mesi: considerato l’aumento del costo della vita e l’adozione di strategie di contenimento dei costi – riporta l’indagine Acri-Ipsos – più di un terzo degli italiani (35%) risparmierà meno (solo 11% in misura maggiore), cambiando gli equilibri registrati fino allo scorso anno, durante il quale i due estremi erano pressoché allineati.
Si ha, quindi, un marcato calo delle famiglie in risalita o con un trend positivo di risparmio (23% contro 35%) e raddoppiano le famiglie che stanno affrontando o che affronteranno una crisi grave o moderata nella capacità di accumulo (35% contro18%). Le famiglie che lo scorso anno erano in una posizione intermedia, “in galleggiamento”, stanno scivolando verso una situazione di difficoltà o di rischio.
I risparmi accumulati in passato, soprattutto durante il periodo di lockdown, permettono a una percentuale elevata di italiani di fare fronte a spese impreviste con mezzi propri, anche se la situazione inflattiva e la voglia di cercare di mantenere i consumi – seppur con maggiore accortezza – riducono tale percentuale. Il 75% delle famiglie è in grado di far fronte a spese non programmate pari a 1.000 euro (79% nel 2021) e il 39% delle famiglie è in grado di fare fronte a spese non programmate di 10.000 euro (42% nel 2021).
Dalla ricerca, fra l’altro, emerge che la spirale inflazionistica e il decremento del potere d’acquisto delle entrate familiari non portano gli italiani a privilegiare un impiego del denaro diverso dall’accumulo. “Paradossalmente, la difficoltà di accumulare risparmi, l’aumento dei prezzi e la perdita di valore del denaro inducono a una crescente propensione verso la liquidità (63% contro il 61% nel 2021) come forma di protezione verso l’imprevisto, denotando una visione poco lungimirante e, in parte, legata alla difficoltà di identificare l’investimento ideale”.
Per più di un terzo degli italiani, infatti, l’accumulo di denaro è fine a sé stesso. Tuttavia, nel risparmio e nella possibilità di accumulo, poco meno di due terzi degli italiani intravedono anche la possibilità di progettare il futuro, avendo in mente un arco temporale molto variabile che va da 1-2 anni fino a 10 o più anni.
Lo scorso anno, a fronte della concreta possibilità di ripresa del Paese post Covid, si era osservato una maggiore apertura verso gli investimenti e verso gli strumenti finanziari più a rischio da parte di coloro che avevano risparmiato. Tale propensione, quest’anno, si è ridimensionata, riportando il livello di apertura all’investimento a livelli analoghi al 2020.
Spendere il denaro a disposizione o tenerlo a disposizione sul conto corrente è la soluzione verso cui propende il 63% degli italiani (era il 61% nel 2021; un dato che si mantiene costante dal 2001, anno d’inizio della rilevazione Acri-Ipsos).
Cresce, comunque, anche la quota di coloro che investirebbero in attività con impatto positivo su ambiente e società: la situazione di crisi non sembra aver fatto venir meno l’interesse a investire in sostenibilità. Infatti, continua a essere forte la consapevolezza del legame tra risparmio e crescita del Paese all’insegna di uno sviluppo sociale e civile (75%), anche se si registra una certa disillusione (21%).
L’indagine rivela che le prospettive di ripresa e sviluppo del Paese sono la principale fonte di preoccupazione per il 76% degli italiani (+20 punti percentuali rispetto al 2021), che guarda con molta attenzione le situazioni di forte rischio che si vanno delineando: la tenuta dei risparmi accumulati e la bontà delle scelte di investimento fatte, la capacità della classe dirigente di gestire in modo efficace le ingenti somme di denaro erogate con il Pnrr, le prospettive lavorative e la capacità di sostenere le esigenze familiari con le entrate e le risorse economiche a disposizione.
Solo uno su cinque pensa ai prossimi due o tre anni con fiducia e tranquillità, forte delle risorse economiche a disposizione, di un buono stato di salute, di una famiglia su cui contare.
In ogni caso, la dimensione sociale è presente nella quotidianità degli italiani e il legame tra risparmio privato e benessere della collettività passa anche dalle donazioni, dal 5X1000 e dal volontariato. Un italiano su cinque fa delle donazioni in denaro con una certa regolarità e svolge almeno una volta ogni due o tre mesi attività di volontariato a favore di un’associazione o di un’organizzazione senza scopo di lucro. Certamente, però, anche per le donazioni gli italiani non possono non fare i conti in tasca; infatti, pensano di continuare a dare aiuto a chi ne ha bisogno, ma saranno costretti a rivedere al ribasso la cifra erogata.
Alla vigilia della Giornata Internazionale delle persone con disabilità, celebrata il 3 dicembre, l’Istat ha comunicato che nell’anno scolastico 2021/2022 sono più di 316mila gli alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane (pari al 3,8% degli iscritti), circa 15mila in più rispetto all’anno precedente (+5%).
Ha anche rilevato che, negli ultimi anni, la Didattica a distanza (Dad) adottata per contenere i contagi da Covid-19 ha rappresentato un ostacolo alla partecipazione e all’interazione tra coetanei, soprattutto per gli studenti con disabilità. E se già nell’anno precedente le disposizioni ministeriali indirizzavano le scuole verso un ricorso moderato alla Dad, nell’anno scolastico 2021-2022, si è disposto che tutte le attività didattiche venissero svolte in presenza, consentendo alle scuole di ricorrere alle lezioni online solo in circostanze di straordinaria necessità e con la raccomandazione di garantire, anche in tali circostanze, l’attività in presenza agli alunni con disabilità.
Le nuove disposizioni, oltre a limitare il ricorso alle lezioni a distanza, hanno consentito a molti studenti con disabilità di partecipare in presenza durante i periodi di restrizioni. Nelle scuole che hanno attivato la Dad (64%), più di 86mila studenti con disabilità hanno preso parte alle lezioni in presenza, mentre il resto della classe era collegata da remoto; quasi 76mila hanno invece partecipato a distanza al pari dei compagni.
Nonostante si sia registrato un aumento dei livelli di partecipazione alla didattica, gli aspetti di socializzazione restano penalizzati: degli oltre 86mila alunni con disabilità che hanno partecipato in presenza nei periodi in cui la classe era in Dad, solo uno su tre ha potuto interagire con i coetanei collegati da remoto, gli altri hanno partecipato con il solo insegnante per il sostegno, in totale isolamento dal gruppo classe.
La gravità della patologia continua a rappresentare il principale motivo di esclusione dalla didattica a distanza (37% dei casi), seguono il disagio socio-economico, la difficoltà organizzativa della famiglia (entrambi al 16%) e la mancanza di strumenti tecnologici adeguati (13%).
Sempre l’Istat ha censito che sono oltre 207mila gli insegnanti per il sostegno impiegati nelle scuole italiane nell’anno scolastico 2021/2022: quasi 200mila nella scuola statale e più di 7mila nella scuola non statale. Sono aumentati di oltre 16mila unità rispetto all’anno scolastico precedente. Di questi docenti, più di 70mila (il 32%) sono stati selezionati dalle liste curricolari, si tratta cioè di insegnanti che non hanno una formazione specifica ma vengono impegnati nelle classi frequentate da alunni con disabilità per far fronte alla carenza di figure specializzate.
Questo fenomeno è più frequente nelle regioni del Nord, dove la quota di insegnanti curricolari che svolgono attività di sostegno sale al 42%, mentre si riduce al 19% nel Mezzogiorno. All’insufficienza di insegnanti con formazione specifica si affianca spesso un ritardo nell’assegnazione; a un mese dall’inizio della scuola, infatti, circa il 14% degli insegnanti per il sostegno non risultava ancora assegnato. Tale quota sale al 17% nelle regioni del Nord e tocca le punte massime in Lombardia (20%) Friuli-Venezia Giulia e Liguria (19 e 20%).
Nonostante la carenza di figure specializzate rappresenti ancora una criticità, emergono alcuni segnali positivi: negli ultimi tre anni, la quota di insegnanti specializzati per il sostegno ha registrato un significativo incremento, passando dal 63% dell’anno scolastico 2019-2020 al 68% del 2021-2022.
Dall’indagine dell’Istat, fra l’altro è emerso che nelle scuole sono ancora presenti molte barriere fisiche: soltanto una scuola su tre risulta accessibile per gli alunni con disabilità motoria. La situazione è migliore nel Nord del Paese, dove i valori sono superiori alla media nazionale (39,5% di scuole a norma) mentre peggiora, raggiungendo i livelli più bassi, nel Mezzogiorno (31,8%).
La regione più virtuosa è la Valle d’Aosta, con il 58,4% di scuole accessibili; di contro la Provincia di Bolzano si distingue per la presenza più elevata di barriere fisiche (soltanto il 19% di scuole accessibili). L’assenza di un ascensore o la mancanza di un ascensore adeguato al trasporto delle persone con disabilità rappresenta la barriera più diffusa (45%). Numerose anche le scuole sprovviste di servoscala interno (31%) o di bagni a norma (24%). All’interno degli edifici, invece, raramente le scale o le porte non sono a norma (rispettivamente 6% e 3 % dei casi).
Inoltre, solo il 16% delle scuole dispone di segnalazioni visive per studenti con sordità o ipoacusia, mentre le mappe a rilievo e i percorsi tattili, necessari a rendere gli spazi accessibili agli alunni con cecità o ipovisione, sono presenti solo nell’1,5% delle scuole.
Infine, l’Istat ha segnalato che, nonostante si rilevi ancora un grave ritardo nei livelli di accessibilità, solo il 19% delle scuole ha effettuato, nel corso dell’anno scolastico, lavori finalizzati all’abbattimento delle barriere architettoniche mentre il 17% dichiara di non averlo fatto anche se l’edificio ne avrebbe avuto bisogno.
La ventesima edizione dell’Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments, curato da Assofin, Ipsos e Nomisma con il contributo di Crif, conferma un’ulteriore evoluzione del mercato verso l’uso di strumenti alternativi al contante e un maggiore utilizzo di strumenti innovativi.
A fronte della ripresa dei consumi, il numero delle operazioni e gli importi complessivi transati con le carte di debito hanno registrato uno sviluppo significativo. E nel contesto di crescita dell’e-commerce, è proseguito l’incremento dell’incidenza delle transazioni online, che nei primi sei mesi del 2022 arrivano a costituire il 24% delle operazioni complessive via carta opzione/rateale.
Già nel 2021, la ripresa post pandemia e l’operazione Italia Cashless hanno contribuito ad accelerare lo sviluppo e l’utilizzo dei sistemi contactless e mobile. Allora le carte di credito attive in Italia risultavano 15,2 milioni, con un valore delle transazioni effettuate che si attesta nell’ordine di 84,6 miliardi di euro, dato in netta ripresa rispetto all’anno precedente, ma non ancora ai livelli del 2019.
Riguardo alle carte di debito, nel 2021 si è registrato un “utilizzo esplosivo”.
Il numero delle operazioni è aumentato del 53,5% rispetto al 2020 e il valore dei relativi volumi ha sfiorato complessivamente i 184 miliardi di euro. Fenomeno favorito dal cashback di Stato e dalla piena ripresa delle attività e dei servizi.
Il 2021 ha confermato, inoltre, la corsa all’utilizzo delle carte prepagate, già rilevata negli anni precedenti: il numero delle operazioni è salito del 34.7%, dando origine a un flusso transato di oltre 54,1 miliardi di euro (+26.6% sul 2020).
L’Osservatorio ha poi rilevato che nel primo semestre 2022, dopo il rimbalzo del 2021, è proseguito il trend di crescita delle carte di credito opzione/rateali (+16,8%), utilizzate prevalentemente in modalità a saldo (82% dei flussi). Solo il 18%, infatti, fa riferimento a rateizzazioni.
L’analisi del livello di rischiosità del comparto delle carte di credito mostra una lieve riduzione del tasso di sofferenza delle carte a saldo; viceversa, si osserva un lieve aumento per quelle rateali.
La crisi economica e sanitaria, comunque, ha riacceso l’attenzione sul rischio di credito, anche se i tassi di sofferenza osservati si confermano lontani da quelli registrati nei momenti di crisi del debito sovrano.
La situazione macroeconomica e geopolitica, però, potrebbe acuire nel 2022 le criticità incontrate da imprese e famiglie, generando tensioni sugli indicatori di rischio, che invece si sono mantenuti su posizioni contenute grazie all’attivazione delle moratorie pubbliche e private, di sussidi, della cassa integrazione e dei diversi strumenti a sostegno del reddito.
Quanto alla domanda, l’analisi mette in luce un incremento della frequenza d’uso e degli heavy user dei pagamenti digitali. Oltre alla crescita della frequenza d’uso mensile, nei primi sei mesi del 2022 cresce anche la spesa media mensile dichiarata con carta, che si attesta a 405 euro rispetto ai 397 euro del 2021.
Pure l’utilizzo della carta di debito registra significative crescite: la media sale a 4,6 volte al mese rispetto al 4,2 del 2021. E la spesa media mensile dichiarata rimane elevata, superiore a 400 euro.
Il maggior ricorso ai pagamenti con carte di credito anche per modeste spese è stato facilitato, oltre che dalle iniziative di Cashback di Stato, anche dalla funzionalità contactless. Chi utilizza la funzionalità oltre quattro volte il mese è in continuo aumento e il 77% dei titolari carte contactless ha utilizzato questa modalità di pagamento più di due volte il mese, rispetto al 70% di inizio 2021.
Prosegue, intanto, la diffusione della conoscenza dei pagamenti da smartphone/app e la quota di user si è ulteriormente ampliata nei primi sei mesi del 2022 rispetto a gennaio e agli anni precedenti. Il bacino potenziale degli m-payment è in costante e progressiva crescita e, considerando l’attuale quota di user, le potenzialità di ulteriore espansione sono elevate. In particolare, i pagamenti via App registrano una fortissima crescita di interesse tra i decisori (+73% rispetto al 2021).
A partire dal 2020 si assiste, poi, a una rapida espansione delle soluzioni di pagamento Buy Now Pay Later (Bnpl), complice la pandemia che ha fatto crescere l’e-commerce e ha reso più “digital” le abitudini dei consumatori e le significative adesioni dei merchant, che vedono la possibilità di aumentare il valore del fatturato.
In particolare, si rafforza tra i consumatori la notorietà del Buy Now Pay Later, anche tra i baby boomer.